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Una grotta messicana riscrive la storia dei primi abitanti delle Americhe

Credit: Devlin A. Gandy

In una caverna ubicata in un’area remota del Messico, a 2750 metri s.l.m., sono stati scoperti quasi 2000 utensili in pietra risalenti a 30.000 anni fa.
L’analisi archeologica degli strumenti e quella del DNA del sedimento nella grotta di Chiquihuite, situata in una zona montuosa nel nord, impone una modifica sostanziale alla storia dei primi abitanti delle Americhe.

I risultati, che sono stati pubblicati oggi su Nature, sfidano la teoria comunemente diffusa secondo cui la cultura Clovis fu tra le prime ad apparire nelle Americhe 13.500 anni fa (teoria a sua volta messa in discussione recentemente).

Per decenni si è discusso in merito alle prime popolazioni americane, e la grotta di Chiquihuite creerà ancor più dibattito“, sostiene il professor Eske Willerslev dell’Università di Cambridge. “Questi primi visitatori non occupavano la grotta in modo permanente, ma la utilizzavano come rifugio legato alle stagioni o come campo base per cacciare durante gli spostamenti“, spiega. Potremmo definirlo il più antico rifugio delle Americhe.

Come spesso accade, questi studi aprono nuovi interrogativi ai quali non è facile rispondere: non sappiamo chi fossero, da dove provenissero o dove fossero diretti. Anche perché nella grotta non sono state trovate tracce di DNA umano.

Mikkel Winther Pedersen, genetista dell’Università di Copenaghen e uno dei primi autori dell’articolo, ha dichiarato: “Abbiamo identificato il DNA di una vasta gamma di animali tra cui orsi neri, roditori, pipistrelli, arvicole e persino topi canguri. Probabilmente – continua – sfruttavano queste risorse naturali“.

Il sito è molto difficile da raggiungere ed è un punto di osservazione molto strategico: esso consente di guardare per chilometri lungo la valle senza essere visti.
Oggi, nell’area è possibile scorgere i cartelli della droga, motivo per cui gli accademici sono stati scortati dalla polizia messicana armata in auto blindate fino alla base della montagna, prima di raggiungere la grotta a piedi. “Siamo partiti all’alba per non essere visti dai trafficanti“, hanno riferito i ricercatori.

Un posto molto pericoloso ma che ha lasciato un’esperienza indimenticabile. Gli esperti hanno dormito nella grotta per diversi mesi, proprio come avrebbero fatto i primi nativi. Un’azione necessaria, dal momento che per gli archeologi questa indagine rappresenta una sorta di Santo Graal dell’archeologia moderna.

Le implicazioni di questi risultati sono importanti, se non più importanti, del risultato stesso. Questo è solo l’inizio del prossimo capitolo.

Bibliografia: Evidence of human occupation in Mexico around the Last Glacial Maximum , Nature (2020).

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Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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