Published On: ven, Nov 20th, 2020

40 anni dal terremoto dell’Irpinia, le basi per la Protezione Civile

Sono trascorsi esattamente 40 anni dal terribile terremoto che colpì l’Appennino Meridionale fra Campania e Basilicata. Le province più colpite furono quelle di Avellino, Salerno e Potenza ed in particolare il distretto dell’Irpinia. Il 23 novembre 1980, intorno alle 19:30, l’Italia dovette nuovamente fare i conti con la forza devastante dei terremoti.

L’evento, composto da 3 scosse una in sequenza all’altra, ebbe un picco di magnitudo 6,9 M (scala Richter) con una rottura della crosta intorno ai 15 km di profondità. Tale intensità non si registrava dal 1915, con i 7,0 M del sisma di Avezzano (Abruzzo). L’epicentro fu localizzato nei comuni di Castelnuovo di Conza (SA) e Sant’Angelo dei Lombardi (AV), ma ben quasi 700 comuni della zona subirono gravi danni. Si registrarono danni anche a Napoli e nel carcere di Poggio Reale scoppiò una tragica rivolta a causa della paura provocata dal terremoto. La scossa fu udita in tutto il sud Italia fino anche in Pianura Padana.

Rappresentazione del processo di rottura dei segmenti di faglia che hanno generato il terremoto del 23 novembre 1980 (tratto da Scheda SPECIALE Campania – INGV)

L’impatto fu devastante con comuni che toccarono il 90% degli edifici danneggiati. Purtroppo il numero delle vittime arrivò quasi a 3.000 persone e i feriti furono 9.000. I senzatetto si stimarono in quasi 400.000 a causa di quasi 80.000 edifici totalmente distrutti e circa 300.000 gravemente danneggiati. Il patrimonio storico di alcuni comuni fu cancellato per sempre. Numeri elevatissimi che si erano superati solo nei sismi del 1915 in Abruzzo e sullo Stretto nel 1908.

I soccorsi non furono facili e subirono rallentamenti, anche a causa dello sciame sismico. Molti comuni erano completamente devastati e dai centri di controllo fu difficile capire la reale situazione. La scossa, essendo avvenuta in un tardo pomeriggio d’autunno, si portava con se tutta la notte davanti. Molti comuni, arroccati sull’Appennino, avevano un’unica strada di accesso che fu subito ingorgata dai superstiti che tentavano di mettersi in salvo. Per alcuni villaggi ci vollero ben tre giorni per far giungere gli aiuti esterni. La protezione civile non esisteva ancora.

Nel 1980 non vi era di certo la tecnologia di oggi, così come la rete sismica era molto meno sviluppata. Non c’erano smartphone o macchine fotografiche digitali per avere testimonianze “in diretta”. Giunge però a noi un particolare documento. Radio Alfa, una radio di Avellino, stava trasmettendo musica in quella sera di novembre. Nella registrazione della trasmissione la musica folk viene interrotta da “boati” che non sono però  da confondere con i rumori del sisma, ma sono le vibrazione delle testine della bobine. Il suono, che comunque impressiona, ci aiuta però ad individuare bene la sequenza sismica. Per sentire l’audio clicca qui.

Conza vecchia, abbandonata post sisma (Credit Ascosi Lasciti)

L’Italia, a 4 anni dal devastante terremoto del Friuli (6,4 M), si trovava nuovamente a dover affrontare una grave catastrofe. L’evento mise a dura prova la macchina dello Stato e mostrò tutte le sue debolezze e inadeguatezze. La ricostruzione fu ancora più complessa e lenta. Molto aree furono di fatto abbandonate per sempre e in un meridione già caratterizzato dall’emigrazione il fenomeno ripartì e subì una nuova impennata.

L’evento mise però le basi per la costruzione di una Protezione Civile Nazionale. Nel 1981 le prime norme attuative individuarono la catena dei ruoli e delle responsabilità nella gestione delle emergenze. Si inizia a parlare di prevenzione dai rischi naturali. Da li parte il percorso di costruzione di una solida struttura di emergenza che si conclude nel 1992 con la struttura di Protezione Civile che abbiamo di fatto oggi, salvo alcune modifiche dell’ultimo decennio.

Il terremoto dell’Irpinia, seppur ormai dai più dimenticato, segnò una tragica pagina del nostro Paese e le sue conseguenze portarono sofferenze dirette ed indirette ad un ingente numero di persone. L’impatto sanitario divenne ben presto impatto sociale trasformando completamente alcune comunità per sempre. Nella ricostruzione si innestò purtroppo il malaffare ed ad un male se ne aggiunse un altro lasciando una cicatrice profonda e visibile ancora oggi.

 

Fonti Consultate: INGV

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it