Everest, la Death Zone, dove il corpo umano inizia lentamente a spegnersi
È l’alba sul versante sud dell’Everest. Il termometro segna -30 °C, il vento supera i 50 km/h e ogni passo richiede uno sforzo immenso. Intorno a te, gli alpinisti si muovono lentamente come fantasmi. Ti trovi oltre gli 8.000 metri di quota, nella cosiddetta Death Zone, la “zona della morte”, al di sopra del Campo IV. Qui il corpo umano non può sopravvivere a lungo: non si adatta, non si acclimata, ma inizia progressivamente a morire.
Con il termine Death Zone si indica quella quota oltre la quale il corpo umano non riesce più ad adattarsi ed entra in un lento, ma inevitabile declino fisiologico. Questo termine fu coniato dal medico e alpinista svizzero Édouard Wyss-Dunant, membro della spedizione Svizzera sull’ Everest del 1952. Durante l’ascesa osservò che, oltre gli 8.000 metri sul livello del mare, nessun essere umano è in grado di acclimatarsi completamente. A quella quota, la pressione atmosferica è inferiore ad un terzo di quella presente al livello del mare. Sebbene l’aria continui a contenere circa il 21% di ossigeno, ogni inspirazione introduce nei polmoni molte meno molecole di ossigeno rispetto a quanto avviene a quote inferiori.
L’ossigeno è fondamentale per tutte le attività del nostro organismo. Senza ossigeno non esiste vita. Eppure il concetto può sembrare controintuitivo: in alta quota non c’è meno ossigeno in termini percentuali, ma manca la pressione necessaria affinché esso possa entrare efficacemente nel sangue.
Per comprendere meglio il fenomeno, possiamo immaginare le molecole di ossigeno come delle palline sospese nell’aria. A livello del mare, dove la pressione atmosferica è di circa 1013 mbar, queste palline sono molto vicine tra loro. Quando inspiriamo, un gran numero di molecole raggiunge gli alveoli polmonari e si diffonde facilmente nel sangue.
Sulla cima dell’Everest, invece, la pressione atmosferica è circa un terzo rispetto a quella del livello del mare. Le stesse palline sono molto più distanziate tra loro ed ogni respiro ne ingloba di meno. Il corpo reagisce aumentando la frequenza e la profondità del respiro, ma ogni inspirazione trasporta comunque una quantità molto inferiore di ossigeno disponibile per i tessuti. Il risultato è che ogni respiro diventa biologicamente meno efficace, fino al punto in cui il corpo consuma ossigeno più velocemente di quanto riesca ad assorbirne.
Per compensare questa carenza, il cuore lavora senza sosta: aumenta la frequenza cardiaca e cresce il consumo energetico. Anche stando fermi si consumano enormi quantità di energia.
Il primo organo a soffrire è il cervello. Quest’ultimo consuma circa il 20% dell’ossigeno disponibile. Quando l’apporto di ossigeno diminuisce, si riducono la capacità di giudizio e l’attenzione, aumentano gli errori decisionali e possono comparire confusione mentale e allucinazioni. Molti alpinisti hanno raccontato di aver percepito presenze inesistenti o di aver preso decisioni apparentemente incomprensibili durante la salita.
Anche il sistema digestivo rallenta drasticamente ed il sonno diventa quasi impossibile. Dal punto di vista biologico, la Death Zone può essere descritta come una quota oltre la quale il deterioramento dell’organismo procede più rapidamente della sua capacità di ripararsi.
È per questo motivo che gli alpinisti cercano di trascorrere il minor tempo possibile in questa fascia di quota.
Oltre alla difficoltà di ossigenazione, anche le temperature estreme contribuiscono al deterioramento dell’organismo. La vasocostrizione periferica riduce l’afflusso di sangue alle estremità per preservare gli organi vitali. Di conseguenza, dita, naso e orecchie diventano particolarmente vulnerabili a congelamenti e necrosi.
Fino a circa 8.000 metri, il corpo è impegnato in un continuo processo di adattamento alle condizioni ambientali. È per questo che gli alpinisti effettuano lunghe fasi di acclimatazione durante la salita. Tuttavia, una volta superata questa soglia, il corpo umano non riesce più a raggiungere un nuovo equilibrio fisiologico.
Ogni minuto trascorso nella Death Zone aumenta il danno biologico. Gli alpinisti non vivono realmente in questo ambiente, stanno semplicemente sperimentando un processo di deterioramento inevitabile.
Un dato particolarmente impressionante è che la vetta dell’Everest si trova a circa 8.849 metri di altitudine, quasi 850 metri al di sopra dell’inizio della Death Zone. Questo significa che gli alpinisti trascorrono molte ore in un ambiente per il quale il corpo umano non è stato progettato.
Non sono soltanto cervello e cuore ad essere compromessi. Anche i muscoli iniziano a perdere massa e forza, il sangue diventa più viscoso a causa dell’aumento dei globuli rossi e il sistema immunitario risulta indebolito. Sopra gli 8.000 metri il bilancio biologico diventa negativo per praticamente tutti gli organi. Con il passare delle ore, il consumo energetico, il danno cellulare e il deficit di ossigeno superano progressivamente la capacità di recupero dell’organismo.
A 8.000 metri, la natura smette di concedere al corpo umano la possibilità di adattarsi. È proprio lì, lungo la salita verso il tetto del mondo, che ogni respiro diventa prezioso. Tutta l’energia dell’organismo viene impiegata per sopravvivere al minuto successivo. Da quel momento in poi, il tempo diventa il nemico principale.
Dedicato a tutti gli alpinisti che hanno contribuito a farci comprendere i limiti del corpo umano, sfidandoli per inseguire un sogno: raggiungere la montagna più alta del mondo.
Hackett PH, Roach RC. High-Altitude Illness. New England Journal of Medicine. 2001;345(2):107-114. DOI: 10.1056/NEJM200107123450206











