Published On: dom, Ago 9th, 2020

Lo smart working per il rilancio dei borghi italiani?

L’emergenza Covid19 ha portato in tempi brevissimi dei cambiamenti epocali che nessuno avrebbe mai ipotizzato solo qualche mese fa. Fra le tante novità c’è l’uso massiccio dello smart working per le aziende che ne hanno la possibilità di far lavorare i propri dipendenti da casa. Il lavoro a distanza (o lavoro agile) era già previsto per legge dal 2017 in Italia, ma non tutte le aziende avevano aderito. Il lockdown lo ha di fatto imposto a molti e così le aziende e le persone si sono organizzare per lavorare da casa.

I risultati paiono essere sorprendenti, poichè la produttività sembra essere aumentata con indubbi vantaggi per aziende e dipendenti. Dall’altro canto però lo smart working ha portato a perdita di socialità ed una drastica riduzione dell’indotto di ristorazione attorno alle grandi aziende.

Le grandi città erano diventate in questi ultimi decenni recettori di lavoratori, concentrando sempre di più nelle metropoli la popolazione e avviando un lento ed inesorabile spopolamento dei piccoli borghi da Nord a Sud. Le migrazioni all’intero del Paese hanno spostato diverse migliaia di persone, rendendo i piccoli comuni, seppur anche molto gradevoli per viverci, quasi dei villaggi fantasma. A pagare il prezzo più alto sono i comuni di montagna e quelli del sud Italia con una emorragia di persone lenta ed inesorabile.

Lo smart working continuato di questi mesi ha però riportato diverse persone a lavorare nei propri paesini di origine. Sufficiente una buona connessione internet e i servizi minimi e i piccoli borghi si sono un pò ripopolati anche in periodi fuori dalla stagione turistica.

La società si trova ora ad un bivio e deve comprendere se lo smart working possa essere uno strumento continuativo ed alcune aziende italiane lo stanno già pensando, oppure solo uno strumento per gestire l’emergenza.

Il borgo di Sant’Oreste – Provincia di Roma 

I comuni italiani, sotto i 5.000 abitanti, sono quasi il 70% del totale. Un numero enorme se pensiamo. La vita in alcuni di questi comuni ha ancora dei ritmi sostenibili, legati al ciclo naturale delle stagioni e la natura si trova a stretto contatto dei cittadini. Dunque può essere questa una occasione per il rilancio di queste realtà e per dare una vita più sostenibile a chi era stufo dei ritmi frenetici delle città?

Secondo la CGIL i lavoratori in smart working durante il lockdown sono stati circa 8 milioni, mentre prima dell’emergenza erano solo 500 mila gli italiani. I numeri sono davvero importanti per la nostra popolazione di 60 milioni e la partita in gioco diventa davvero di portata epocale.

L’occasione può essere realmente ghiotta per invertire la tendenza allo spopolamento dei borghi e la cosa può generare un circuito virtuoso. Più abitanti che scelgono di tornare nei piccoli comuni e più le piccole attività locali possono respirare ed alcune riaprire nuovamente. Il tutto permetterà anche al recupero di abitazioni, rilanciando la piccola edilizia e cogliendo l’occasione per ristrutture in maniera green gli edifici e rinnovare quindi i borghi.

(Credit ted)

Per permettere questa rivoluzione sarà però necessario avere una rete internet di buona qualità, i servizi minimi di base (alimentari, posta, medico ecc), dei luoghi per il co-working e per il resto i piccoli borghi offrono già una vita lontana dallo stress del traffico, dalle code e dalle difficoltà dei grandi centri. I comuni potranno pensare a delle sorte di incentivazioni per chi decide di tornare a vivere nei piccoli paesi oppure per chi decida di lasciare la sua città per andare a vivere in un borgo più a misura d’uomo. La direzione è quella della sostenibilità e della riscoperta dalla vita “slow” e questo lo possono già offrire le piccole realtà.

L’opportunità sembra davvero unica e imperdibile per le realtà periferiche e probabilmente se si lascerà sfuggire, non ci saranno molte altre occasione per far rivivere i borghi che tutti i turisti stranieri ammirano e vengono a visitare.

 

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it