Published On: dom, Gen 22nd, 2023

Commercio elettronico: dove finiscono i prodotti resi?

Il commercio digitale ha ormai preso il sopravvento. La comodità di acquisto e i prezzi competitivi permettono al grande pubblico di usufruire, con pro e contro, di un servizio completo e sicuro.
Tale tipo di commercio genera però molti più resi. I motivi sono molteplici: la possibilità di usufruire del diritto di recesso entro 14 giorni, l’impossibilità di visionare il prodotto, eventuali malfunzionamenti. Pertanto, secondo i dati del settore, la tendenza alla restituzione degli articoli sembra essere in aumento.

Un dato tutt’altro che confortante, dal momento che gli elevati volumi di resi aumentano le emissioni di combustibili fossili a causa dei numerosi viaggi. Ma c’è di peggio: ciò che non è ampiamente noto è che le aziende, spesso quelle che coltivano un profilo sostenibile e carbon neutral, di solito buttano via i prodotti che vengono rispediti. Per le società di e-commerce, infatti, è più economico buttare via gli articoli piuttosto che rivenderli.

Organizzazione delle spedizioni

Ora, grazie ad un nuovo studio, i ricercatori dell’Università di Lund (Svezia) hanno intervistato membri dell’industria tessile ed elettronica, sperando di comprendere meglio un problema che sta crescendo a valanga e che è stato oggetto di poche ricerche.
E’ emerso che il fenomeno è diffuso in tutte le industrie dell’elettronica e dell’abbigliamento, raggiungendo un valore totale di 21,74 miliardi di euro nel 2022. I prodotti che più facilmente verranno buttati via sono quelli più economici, che poi rappresentano la maggioranza.

Dove finiscono i prodotti dopo il diritto di recesso?

Per affrontare il problema, in Francia è stato introdotto il divieto di gettare via gli articoli restituiti dagli acquirenti. Tale scenario però comporta una serie di problematiche, come la svalutazione della gamma di prodotti ordinari o il danneggiamento dei prodotti molto economici. Purtroppo è stato appurato che i consumatori approfittano dei resi gratuiti e per tale ragione, secondo Carl Dalhammar, docente senior presso l’International Institute for Industrial Environmental Economics, il problema potrebbe essere risolto introducendo una tassa obbligatoria sui resi.

Cambiare il comportamento delle persone è difficile, ma il docente ripone molta fiducia nell’Unione Europea, che ha in corso diversi processi per regolamentare la qualità dei prodotti in modo che durino più a lungo e possano essere riparati.

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- Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it