Published On: Lun, Giu 29th, 2026

Valnontey: non bisogna spegnere i riflettori

Esattamente due anni fa (ndr 29 giugno 2024) iniziava una lunga notte per la Valnontey e per tutta la comunità di Cogne. Quel giorno c’era un’aria molto diversa da quel 15 ottobre 2000, e anche le dinamiche sarebbero state differenti, ma sarebbe stata un’altra giornata durissima per Cogne. Una fortissima cella temporalesca, unita alle abbondanti nevicate della primavera precedente, ha trasformato il torrente Valnontey in pochissime ore in un gigante di fango, pronto a inghiottire tutto ciò che trovava sul suo cammino.

A differenza del 2000, l’evento è stato rapido e devastante; in poche ore i danni sono stati, seppur localizzati, ingentissimi. Anche questa volta, fortunatamente, non ci sono state vittime, ed è la cosa più importante: il resto si ricostruisce, anche se rialzarsi non è mai facile. Perché se i muri si possono tirare su di nuovo, il senso di smarrimento resta impresso nell’anima di chi ha visto il proprio mondo cambiare forma in una notte.

Cogne è rimasta isolata per un mese ma, grazie alla straordinaria forza della sua comunità, è riuscita a rialzarsi. Le ferite della Valnontey, però, restano profonde. Lo stesso Ministro della Protezione Civile ha riconosciuto il grande merito della nostra comunità e della Valle d’Aosta tutta, capace di rimboccarsi le maniche fin da subito per salvare almeno una parte della stagione. Quella del 2024 è un’estate che sicuramente non dimenticheremo: tutto reggeva su un equilibrio surreale: acquedotti, strade, ponti, energia elettrica, reti telefoniche, ma, alla fine, ha retto. I veri conti, tuttavia, si iniziarono a fare a fine stagione; con l’arrivo dell’autunno ci si è resi conto che la strada per la Valnontey sarebbe stata ancora lunga e in salita.

Della Valnontey si sono scritti fiumi di inchiostro (oggi soprattutto virtuali) tra media e social. L’emergenza unisce, il post-emergenza divide: accade purtroppo dappertutto. I miracoli si fanno subito, nell’impeto del momento; poi tutto diventa farraginoso, burocratizzato, e la luce in fondo al tunnel sembra allontanarsi sempre di più. Chi millanta che le cose si possano risolvere in poco tempo non conosce la complessità di questi eventi. I danni si creano in pochissime ore, ma per ricostruire, e farlo in sicurezza, ci vogliono anni, mentre il tempo scorre rapido.

Ho vissuto da vicino l’emergenza del sisma del 2016 nelle Marche, dove ho trascorso diverso tempo impegnato in un piccolo tassello della ricostruzione. Sono passati dieci anni da quella immane tragedia, di certo non paragonabile alla nostra, ma per onestà intellettuale va detto che per vedere rinascere quei borghi ci vorranno almeno altri dieci anni. Per la Valnontey il discorso è diverso, ma non si può certo dire che non ci vorrà tempo. Le attività da fare sono tantissime: dalla sistemazione della strada alla messa in sicurezza delle frane che incombono sull’abitato, fino alla sistemazione dell’alveo del torrente e tanti altri lavori. Tra queste c’è anche il ponte di cui si è tanto parlato, che non è che una minima parte dei lavori complessivi. Da quello che ha scatenato la discussione sul ponte, nel nostro piccolo, può essere paragonato a quello di Mostar nel 1993: un’opera che, dietro di sé, ha visto una comunità spaccarsi. Forse il paragone è azzardato, ma di certo la violenza verbale non è mancata.

Avere le elezioni comunali proprio a cavallo dell’inizio della ricostruzione non è stato un toccasana per un percorso già complicato, fatto di scadenze e tappe serrate. Indipendentemente dal risultato e da chi abbia vinto o perso, il focus si è allontanato e i tempi si sono dilatati. Certo, sono dinamiche che possono capitare, ma non era il momento migliore. Nella mia visione personale, la Valnontey sarebbe dovuta diventare una sorta di “mini zona franca”, provando a mutuare ciò che di buono è stato fatto nella gestione delle emergenze del Centro Italia o della Romagna.

Avrei voluto vedere i riflettori puntati ancora di più sulla Valnontey per fare la cosa più importante di tutte: non lasciare che cali il silenzio. L’esperienza del sisma mi ha insegnato che l’unica ancora di salvezza è tenere le luci sempre accese, per velocizzare un processo che per sua natura è lento. Il silenzio è il vero nemico della ricostruzione, l’ombra in cui le speranze rischiano di spegnersi. Forse, il primo consiglio comunale avremmo dovuto farlo proprio lì, in Valnontey: non per fare spettacolo, ma per mostrare vicinanza ai cittadini e far vedere all’esterno che Cogne ha appoggiato la sua mano sulla spalla di una Valnontey ferita.

Parlando qua e là, la situazione non è certo rosea. Per chi conosceva la Valnontey prima, al netto dei danni e dei sentieri ancora chiusi, si percepisce un forte contraccolpo turistico in stagioni turistiche sempre più corte e che non aiutano affatto. Quello che stupisce che da vari commenti sui social sembra quasi che per qualcuno sia un bene che ci sia meno gente. Ma da strenuo difensore della sostenibilità (che oltre a quella ambientale è anche quella sociale ed economica) del mio paese, posso dire che Cogne non è un parco giochi, e tantomeno una riserva indiana dove gli abitanti recitano una parte per accontentare chi vorrebbe ridurci a un semplice contorno da cartolina. Qui le persone hanno deciso di vivere, abitare e investire, e senza queste persone la montagna perde la sua anima, diventando un guscio vuoto e bellissimo, ma privo di vita.

Ancora una volta, la Valnontey deve tornare a essere il cuore di Cogne. Certo, la ricetta non è facile e il rischio di scadere nella retorica è dietro l’angolo, ma è compito dell’intera comunità accompagnare questo piccolissimo borgo, con tutto il suo tessuto economico, verso la rinascita. Altrimenti, avremo perso tutti.

Probabilmente con questo articolo mi attirerò molte critiche, forse facili anche per il ruolo che ricopro. Spero invece che possa essere utile per tenere i riflettori accesi a “soli” due anni dall’evento. La strada non sarà facile, ma se non lasciamo indietro nessuno dei nostri pezzi e con l’aiuto di tutti coloro che amano davvero Valnontey, Cogne ce la può fare.

About the Author

- Ingegnere Ambientale, laureato presso il Politecnico di Torino, si è specializzato in difesa del suolo. Oggi si occupa di progettazione di impianti ad energia rinnovabile e di sviluppo sostenibile della montagna, con focus sulla mobilità elettrica. Volontario di Protezione Civile, ama la natura, ma anche i social media e la fotografia. Per compensare la formazione scientifica coltiva lo studio della storia e delle scienze politiche. * Contatti: giuseppe.cutano@geomagazine.it * * IG: @latitude_45