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I cambiamenti climatici nella “Giornata Mondiale della Terra”

I livelli di anidride carbonica sono più alti del 26% rispetto al 1970 e la temperatura media globale è aumentata di 0,86°C, attestandosi a +1,1°C rispetto all’era preindustriale. E’ quanto si legge sul sito dell’Organizzazione Mondiale della Meteorologia in occasione del 50° anniversario della giornata della Terra.

Nonostante i vincoli del Covid-19 le stazioni Global Atmosphere Watch continuano le loro attività di monitoraggio e a svolgere un ruolo chiave nel registrare una riduzione degli inquinanti a seguito della crisi industriale. Tuttavia, le concentrazioni di biossido di carbonio nelle principali stazioni di segnalazione rimangono a livelli record.
La Giornata della Terra mette in evidenza i principali problemi di interesse planetario. Già nel 1970 iniziarono a crescere le preoccupazioni scientifiche, rafforzate dalle crescenti concentrazioni di biossido di carbonio evidenti dalle prime osservazioni a Mauna Loa.

Il WMO ha ora ribadito il suo rapporto finale sul clima globale 2015-2019 pubblicato circa un mese fa.

IL RAPPORTO – La relazione ha confermato che gli ultimi 5 anni hanno rappresentato il periodo quinquennale più caldo mai registrato. I livelli di biossido di carbonio nell’atmosfera sono saliti a nuovi record, con tassi di crescita della CO2 superiori del 18% rispetto ai cinque anni precedenti. Secondo i dati NOAA, le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica rilevate all’osservatorio di Mauna Loa alle Hawaii hanno registrato tassi giornalieri che hanno persino violato le 415,00 parti per milione. La media mensile di‎ CO2 atmosferica di Marzo 2020 all’osservatorio delle Hawaii è stata di 414,50 ppm, rispetto alle 411,97 ppm di febbraio 2019.

I RECORD DEL 2019Il 2019 è stato il secondo anno più caldo da quando si rilevano dati (secondo solo al 2016 per effetto di El Nino). Dal 2015 al 2019, come anticipato, si sono verificati i 5 anni più caldi di sempre, e il decennio 2010-2019 ha ottenuto la palma di decennio più mite della climatologia moderna. Nel 2019 una forte ondata di calore ha provocato oltre 100 vittime e 18.000 ricoveri in Giappone, così come due imponenti avvezioni calde avvenute rispettivamente a fine Giugno e a fine Luglio in Francia (record nazionale a Vérargues di 46.0°C), hanno determinato un bilancio di 1462 vittime e 20.000 ricoveri. Record nazionali sono stati stabiliti anche in Germania (42.6°C), Paesi Bassi (40.7°C), in Belgio (41.8°C), in Lussemburgo (40.8°C) e nel Regno Unito (38.7°C), con ondate di calore sino ai paesi nordici, dove Helsinki ha registrato la temperatura più alta mai registrata (33.2°C il 28 Luglio). Non è andata bene nemmeno in Australia, dove il caldo estremo ha causato la media nazionale giornaliera più elevata di sempre (41.9°C) lo scorso 18 Dicembre e i 7 giorni più caldi della storia della climatologia locale. Valori elevatissimi anche in India e in Groenlandia, dove si è verificata una prematura fusione dei ghiacci.
I cambiamenti climatici che ormai appaiono inarrestabili stanno rendendo possibile l’espansione della specie di zanzara Aedes, responsabile del virus della dengue (100 milioni di infetti ogni anno e di 12.500-25.000 decessi). Parallelamente, l’incidenza globale della dengue è cresciuta negli ultimi decenni e circa la metà della popolazione mondiale è ora a rischio di infezione. Nel 2019, il mondo ne ha registrato un forte aumento dei casi.

LA FAME NEL MONDO – La variabilità climatica e gli eventi meteorologici estremi sono tra i fattori chiave del recente aumento della fame nel mondo e una delle principali cause di gravi crisi. Dopo un decennio di costante declino, la fame è di nuovo in aumento – e oltre 820 milioni di persone ne hanno sofferto nel 2018. Tra 33 paesi colpiti da varie crisi alimentari nel 2018, la variabilità climatica e il clima estendono un fattore trainante insieme a shock economici e conflitti in 26 paesi e il principale motore in 12 su 26. La situazione della sicurezza alimentare si è notevolmente deteriorata nel 2019 in alcuni paesi del Corno d’Africa a causa di eventi climatici estremi, sfollamenti, conflitti e violenze. Alla fine del 2019, circa 22,2 milioni di persone (6,7 milioni in Etiopia, 3,1 milioni in Kenya, 2,1 milioni in Somalia, 4,5 milioni nel Sudan meridionale, 5,8 milioni in Sudan) risultavano gravemente insicuri dal punto di vista alimentare.

INONDAZIONI – Dopo un eccezionale periodo arido culminato a Marzo e ad Aprile nel Corno D’Africa, piogge intense ed inondazioni eccezionali avvenute tra Ottobre e Dicembre si sono rese responsabili dell’invasione di locuste nel deserto, definita la più grave degli ultimi 70 anni in Kenya. Un fenomeno destinato a ripetersi entro Giugno 2020. Eventi estremi si sono verificati in molte aree del mondo, come il ciclone Idai in Mozambico (oltre 1000 morti e oltre 181.000 sfollati, definito uno dei più forti di sempre per quell’area), il ciclone Fani (responsabile di una delle evacuazioni di massa più imponenti della storia dell’India con circa 800 mila persone, 62 vittime e
raffiche a oltre 215 Km/h), l’uragano Dorian nei Caraibi (50 vittime, categoria 5 e venti a quasi 300 Km/h), il tifone Haibis in Giappone che ha causato gravi inondazioni.

Inondazioni anche in Iran, Filippine, Etiopia con centinaia di vittime, alluvioni in India, Nepal, Bangladesh e Myanmar durante la stagione dei monsoni (oltre 2200 morti), gravi inondazioni nel nord dell’Argentina, Uruguay, sud del Brasile, con perdite stimate ad oltre 2,5 miliardi di dollari.
Negli Usa si sono verificate le precipitazioni annue più alte di sempre, con perdite economiche elevatissime stimate in 20 miliardi di dollari.

Gli studi hanno anche evidenziato un innalzamento degli oceani dovuto a:

  • un continuo declino dell’estensione del ghiaccio marino artico
  • una brusca diminuzione del ghiaccio marino antartico
  • una continua perdita dei ghiacci Groenlandesi e delle calotte glaciali antartiche
  • una chiara tendenza al ribasso nella copertura nevosa primaverile dell’emisfero settentrionale

Le ondate di calore – secondo il rapporto – sono state il pericolo meteorologico più mortale in tutti i continenti. I record di temperatura sono stati accompagnati da incendi senza precedenti, in particolare in Europa, Nord America, Australia, foresta pluviale amazzonica e regioni artiche. Sulla base dei dati e delle analisi dell’Organizzazione mondiale della sanità, il rischio complessivo di malattie o decessi correlati al calore è aumentato costantemente dal 1980, con circa il 30% della popolazione mondiale che vive attualmente in condizioni climatiche che producono temperature potenzialmente mortali almeno 20 giorni all’anno. Inoltre, le forti piogge e le inondazioni associate, creano condizioni favorevoli per vari tipi di epidemie. Nei paesi endemici del colera, circa 1,3 miliardi di persone sono a rischio, mentre nella sola Africa circa 40 milioni di persone vivono in “punti caldi” del colera. Durante il quinquiennio, i cicloni tropicali sono stati associati alle maggiori perdite economiche. L’evento di pericolo più costoso è stato l’uragano Harvey nel 2017, che ha comportato una perdita economica stimata di oltre 125 miliardi di dollari. E inoltre, temperature più elevate minacciano di compromettere lo sviluppo a causa di impatti negativi sul prodotto interno lordo (PIL) nei paesi in via di sviluppo.

Insomma, nonostante il mondo sia impegnato a risolvere l’emergenza Coronavius, è giusto non dimenticarsi delle conseguenze legate ai cambiamenti climatici, allo sfruttamento intensivo del suolo e alla deforestazione che a causa degli eventi meteorologici estremi, tra il 1999 e il 2018 hanno causato circa 500.000 decessi.

Riferimenti bibliografici e fotografici: wmo, noaa, Pixabay

Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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