“Superphénix”: l’autostrada dell’energia
Chi abita o frequenta la valle di Cogne, in Valle d’Aosta, se sente nominare la “Superphénix” sa esattamente di cosa si parli: ci si riferisce ai tralicci della linea elettrica che attraversano il versante nord della località, ai piedi del Gran Paradiso. Lasciata Cogne, la linea prosegue verso il vallone dell’Urtier e Champorcher, per poi scendere in Piemonte fino a terminare la sua corsa in pianura. Sebbene oggi sia diventata parte integrante del paesaggio e la maggior parte delle persone non vi faccia più caso, quando fu realizzata nel 1985 rappresentò un’opera titanica per l’epoca. I tralicci sono estremamente imponenti: basti pensare che il campanile di Cogne, la struttura più alta del paese, raggiunge circa 37 metri, l’equivalente di 12 piani di un palazzo, mentre i sostegni della linea superano anche i 50 metri, pari a un edificio di 16 piani.
Di fatto, è l’unica linea in Italia a possedere un nome “proprio”. Solitamente, nel gergo tecnico, le linee vengono identificate dal numero di circuito, dal livello di tensione e dai nomi dei punti di partenza e arrivo. Il nome ufficiale della linea è infatti linea ad altissima tensione Albertville-Rondissone. Il soprannome “Superphénix” deriva dalla centrale nucleare che fu realizzata in Francia, vicino ad Albertville: il termine, che significa “super fenice”, intendeva simboleggiare la rinascita dell’energia dalle “ceneri” dei combustibili fossili (gas e carbone) verso il nucleare, richiamando il mito greco citato da Erodoto sul volatile capace di rinascere dopo aver bruciato.

La realtà dei fatti fu però tutt’altro che “romantica”. La centrale nucleare, frutto di un progetto internazionale tra Francia, Italia e Germania, vide l’inizio dei lavori nel 1976. Fin da subito, il cantiere fu segnato da forti proteste e diversi incidenti tecnici. L’entrata in esercizio, avvenuta nel 1986, coincise tristemente con l’anno del disastro di Chernobyl, che cambiò per sempre la percezione pubblica dell’atomo. Le preoccupazioni, come si leggono i giornali, oltre che in Francia erano fortissime sia in Valle d’Aosta che in Piemonte. Dopo anni di ulteriori criticità operative, la centrale fu definitivamente chiusa nel 1998. Il progetto prevedeva, oltre alla centrale, la realizzazione dell’elettrodotto, il primo grande collegamento transfrontaliero Italia-Francia. La linea non partiva esattamente da Creys-Malville (sito del reattore, in Alta Savoia), ma da Albertville per raggiungere la sottostazione italiana di Rondissone (TO), poco fuori l’area metropolitana di Torino. Anche la realizzazione dell’elettrodotto, al tempo, fu oggetto di accese discussioni in Valle d’Aosta in consiglio regionale e nel 1990, a Caluso (TO), fu oggetto di un attentato dinamitardo.

Molti pensano che, essendo stata spenta la centrale nucleare, la linea sia inutilizzata; in realtà, questa “autostrada dell’energia” è viva e vegeta. Rappresenta una delle infrastrutture più importanti del Paese e d’Europa per mantenere in equilibrio il sistema elettrico nazionale e garantire la stabilità della rete. L’import (ma anche l’export) tra Francia e Italia rimane il più significativo tra tutte le connessioni internazionali che collegano l’Italia (Svizzera, Austria, Slovenia, Montenegro, Grecia e Malta, queste ultime tre con cavi sottomarini).
Entrando nei dettagli tecnici, la tensione delle due linee gemelle è pari a 380 kV. Considerando che la tensione domestica è di 230 V, quella di linea è oltre 1.600 volte superiore. Più la tensione è alta, minore è la dissipazione di energia: per questo motivo la tensione viene elevata per percorrere grandi distanze. Paradossalmente, il campo elettromagnetico è più intenso in un comune rasoio elettrico o in un cavo in bassa tensione dietro una testata del letto rispetto a quanto si misuri a pochi metri di distanza dalla linea ad alta tensione. Il percorso dell’elettrodotto misura circa 120 km e le due linee possono trasportare circa 1.000 MW ciascuna, per una capacità totale di 2.000 MW. Per fare un paragone, la piccola centrale idroelettrica di Lillaz, nata per alimentare le miniere di Cogne, produce 2.000 volte meno energia: servirebbero dunque 2.000 centraline simili per eguagliare la potenza trasportata dalla linea. Anche le più grandi centrali idroelettriche italiane, come quella di Entracque in provincia di Cuneo, si attestano sui 1.200 MW, una potenza inferiore alla capacità totale del collegamento transfrontaliero.

In “soccorso” di questa linea, data la sempre crescente necessità energetica, è stato realizzato recentemente un altro importante elettrodotto in Val di Susa, che utilizza una tecnologia a corrente continua (HVDC) in grado di trasportare 1.200 MW. Si tratta di un’opera infrastrutturale costata circa 1,3 miliardi di euro. Come noto, l’Italia ha una forte dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di combustibili fossili. Le fonti rinnovabili si sono sviluppate fortemente e oggi coprono in media quasi il 50% della produzione nazionale, rendendo l’Italia uno dei Paesi con la maggiore penetrazione di green energy in Europa, sebbene la strada verso la piena indipendenza sia ancora lunga e complicata.
Il sistema energetico va oggi concepita come un’unica grande rete europea, poiché gli elettroni non hanno confini: più la rete è “magliata”, ovvero dotata di linee ridondanti, maggiore è la stabilità del servizio. Un altro mito da sfatare è che solo l’Italia importi dalla Francia: sebbene ciò accada spesso, vi sono momenti durante la giornata in cui è l’Italia a vendere energia ai cugini transalpini. La Francia è leader europeo nel nucleare, ma anche questo sistema ha i suoi limiti: non è un’energia facilmente modulabile per gestire i picchi di richiesta e gli impianti richiedono manutenzioni programmate o fermi forzati, come accaduto ad esempio durante l’ondata di calore record di questo giugno 2026. Esistono quindi momenti in cui l’Italia dispone di un eccesso di energia, specialmente nelle giornate particolarmente soleggiate e ventose o in primavera, quando lo scioglimento delle nevi alimenta le centrali idroelettriche e la produzione da rinnovabili è elevata. In futuro, questi interscambi saranno sempre più cruciali, poiché la rete elettrica è destinata a diventare sempre più interconnessa.
L’auspicio di chi scrive è che il lettore, al netto del giudizio estetico su questa linea, possa alzare lo sguardo verso il paesaggio montano e comprendere che quei tralicci fanno parte di un sistema vitale: una rete che tiene in piedi il Paese e ci permette di usare l’energia elettrica in ogni momento.

Fonti consultate: Terna, Archivio La Stampa, Consiglio Valle, RTE, Ministero Ambiente











