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Come nascono i buchi neri supermassicci

Credit: Università di Cardiff

Grazie ad una nuova tecnica che ha permesso di ingrandire il centro di una galassia con dettagli senza precedenti, un team di ricerca guidato da scienziati dell’Università di Cardiff, asserisce di essere vicino alla comprensione di come nascono questi oggetti enigmatici.

I ricercatori hanno rilevato un buco nero supermassiccio di massa relativamente bassa al centro di una galassia vicina (NGC404), conosciuta come “il fantasma di Mirach”, grazie all’obiettivo dell’Atacama Large Millimeter / submillimeter Array (ALMA), un telescopio all’avanguardia situato sull’altopiano Llano de Chajnantor, sulle Ande cilene.
L’oggetto si presenta con una massa pari un milione di volte inferiore a quella del nostro Sole, ed ingoia nubi di gas vorticosi. Nubi che sono state risolte da ALMA con una risoluzione di soli 1,5 anni luce, rendendola una delle mappe con la più alta risoluzione mai realizzata su un’altra galassia.

La rilevazione dell’oggetto si è rivelata azzeccata, in quanto rappresenta un buco nero supermassiccio vicino alle sue origini.

Gli scienziati non sanno ancora se questi corpi si siano formati in condizioni estreme poco dopo il big bang in un processo soprannominato “collasso diretto”, o se la loro formazione risalga ad eventi successivi derivati dalla morte di enormi stelle.

Se la prima ipotesi fosse vera, i buchi neri supermassicci sarebbero già nati con masse estremamente grandi – da centinaia di migliaia a milioni di volte più massicci del nostro Sole – e avrebbero una dimensione minima fissa.

Se invece fosse vera la seconda ipotesi, inizierebbero con massa relativamente piccola, par a circa 100 volte la massa del nostro Sole, e crescerebbero nel tempo nutrendosi di stelle e nubi di gas che li circondano.

La capacità di osservare questa galassia con una risoluzione così elevata ha permesso al team di superare un decennio di risultati contrastanti e rivelare la vera natura del buco nero supermassiccio posto nel suo centro, che sembra corrispondere al primo modello citato. Tuttavia, il fatto che ingoi nubi di gas pone ancora dati contrastanti, ma la direzione intrapresa nella ricerca sembra essere quella corretta.

I risultati dello studio sono stati pubblicati oggi negli Avvisi mensili della Royal Astronomical Society.

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Renato Sansone: Giornalista scientifico, iscritto all'ordine nazionale dal 2013. Si occupa di cronaca scientifica dal 2011. Contatti: renato.sansone@geomagazine.it
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